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"Il Padre Maestro"

S.S. Giovanni Paolo II prega sulla tomba di S. Francesco A. Fasani

San Francesco Antonio Fasani, canonizzato da Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986,  è un santo «moderno», come moderni sono tutti coloro che con Cristo riescono fino in fondo a percorrere la via della croce. È moderno, perché nel corso di tutta la vita ha compiuto, nel nome di Dio, numerosi «prodigi» in mezzo al suo popolo che lo ha individuato come apostolo. Apostolo perché ministro della Parola e della Riconciliazione, sull'esempio di Cristo e del padre san Francesco; si è fatto povero tra i poveri, e seguendo i grandi maestri dell'Ordine dei Francescani Conventuali ha coltivato lo studio e la devozione a Maria Immacolata, Madre di Cristo e della Chiesa. E' questa la carta d'identità del Fasani: figlio di san Francesco, fedele a Cristo; un santo che ha posto il Vangelo delle beatitudini al centro della sua ricerca religiosa nella linea della spiritualità francescana.

 

 

Breve biografia del "Padre Maestro"

L'umile nascita

In una povera casa di Lucera, da genitori «di umilissime condizioni ma pii e timorati di Dio», Giuseppe Fasani e Isabella Della Monica, era nato il 6 agosto 1681 Donato Antonio Giovanni Nicola: colui che diventerà il Padre Maestro. Rigenerato alla vita divina con il sacramento del battesimo il 10 seguente nella chiesa cattedrale, fu sempre chiamato dai suoi e dai compagni Giovanniello. La tradizione locale che un insolito chiarore abbia illuminato casa Fasani il giorno della nascita del primogenito, non trova sicura conferma nelle fonti storiche, e potrebbe essere attribuita alla pietà popolare che ama porre l'aureola sulla testa dei santi fin dalla culla. I suoi genitori, cristiani profondamente convinti tutti e due, sapevano che i figli, dono del buon Dio, vanno educati nel suo santo timore e nel rispetto amoroso del prossimo cristiano. Così Giovanniello crebbe in quell'atmosfera di serenità, di pace e di sacrificio, caratteristiche della civiltà contadina, dove lo squillo delle campane nelle varie ore del giorno scandiva il ritmo della preghiera in chiesa o in famiglia. E in famiglia sì pregava, si recitava il rosario in ginocchio dinanzi all'immagine dell'Immacolata. I Fasani non possedevano nulla; davano però al figlio quello che essi erano, e così egli assimilava inconsapevolmente il tesoro di una religiosità che era il loro bene più grande. Le preghiere, i gesti, l'inflessione della voce, il modo di ragionare formavano la sua psiche infantile senza che neppure se ne accorgessero: la pedagogia dell'amore materno ignora i trattati degli studiosi (o li ispira?), e le radici della personalità diventano tanto più salde quanto meglio ne è stata curata l'infanzia.

Nella Famiglia seraficaTorna ad inizio pagina

Il 23 agosto 1695, verso le sette del mattino, si compiva per Giovanniello il suggestivo rito della Vestizione religiosa per mano del guardiano del convento, a ciò delegato dal Ministro Provinciale. "Moriva al mondo", deponeva l'abito secolare, nonchè, l'antico nome di nascita, per prendere quello di frate Francesco Antonio. Con la vestizione religiosa iniziava anche l'anno del noviziato, che è l'anno di prova; esso offre al candidato l'opportunità, sotto la guida d'un esperto maestro dei novizi, di saggiare se stesso e le proprie attitudini e disposizioni, apprendere gli elementi fondamentali della vita religiosa, e prepararsi nel raccoglimento e nella preghiera alla professione dei santi voti. Il suo impegno, dunque, fin dai primi passi nella vita religiosa, era ben chiaro e preciso: l'acquisto del perfetto dominio di se, l'equilibrio interiore e il radicamento in una spiritualità che, sull'esempio del Poverello d'Assisi e gli insegnamenti del Dottore Serafico Bonaventura, aveva formato attraverso i secoli le più elette personalità del francescanesimo.
Il novizio fra Francesco Antonio seppe far tesoro, nella quiete solenne ed austera del Gargano e del chiostro, dei buoni principi dell'ascetica e mistica cristiana che gli venivano impartiti. Anzi, per unanime riconoscimento, era il più esemplare per compostezza, puntualità, diligenza e profitto. Fu dunque ammesso a votazione unanime alla professione dei consigli evangelici, obbedienza castità povertà. Al terminare dell'anno di prova, alle ore otto a.m. del 23 agosto 1696, tutto compreso del suo ormai definitivo ingresso nella famiglia serafica, giurò per sempre quella fedeltà al Signore cui si era interiormente legato, un anno prima, nell'atto d'indossare il saio francescano.

Sacerdote di CristoVai all'inizio

Il 19 settembre 1705, sabato delle Quattro Tempora, nella chiesa di San Quirico delle Clarisse urbaniste, nei pressi del vescovado, fra Francesco Antonio Fasani riceveva nel gaudio e nel fervore dello spirito l'ordinazione sacerdotale per le mani di un vescovo francescano, monsignor Ottavio di San Francesco. Insieme con lui veniva ordinato sacerdote l'inseparabile confratello ed amico fra Antonio Lucci. La domenica seguente, 20 settembre, attorniato da una festosa corona di confratelli, celebrava la sua prima messa nella Basilica Inferiore di San Francesco. Raggiunta la meta del sacerdozio, restava ora da conseguire il magistero o dottorato in sacra teologia. Il Fasani, vincendo ogni sua riluttanza o perplessità, andò a Roma per sostenere presso il Collegio Sistino di San Bonaventura, il massimo collegio dell'Ordine, il concorso per il conseguimento del titolo di Collegiale, che abilitava a proseguire i corsi in uno dei collegi generali. Ritornò quindi l'8 giugno 1706 come Collegiale ad Assisi, ove in breve tempo avrebbe brillantemente coronato il lungo itinerario di studi quale candidato al magistero di teologia.

Ministro della Parola e della RiconciliazioneVai all'inizio

Ritratto del Padre MaestroUno dei doveri più impellenti del sacerdote, se non il più arduo, è quello della predicazione. Al confessionale c'è la tendina che nasconde il viso, la voce è appena sussurrata, la statura, la fisionomia, l'espressione del confessore sfuggono al penitente, il quale ha la sensazione di colloquiare con un'ombra o addirittura con se stesso. Un'adeguata preparazione dottrinale, unita a delicata coscienza e alla «discrezione degli spiriti», può essere sufficiente per un buon confessore. Il pulpito presenta altre esigenze, alcune esterne ma non irrilevanti. La fisionomia, la voce, il gesto, l'espressione, tutto è controllato dall'uditorio anche il più benevolo sia pure involontariamente. A una buona formazione e soprattutto ad una seria preparazione teologica, l'oratore deve associare doti e qualità personali piuttosto notevoli, perché la cittadella del cuore umano non si lascia facilmente espugnare, tanto meno dal primo venuto.
Il Fasani ignorava lui stesso di possedere tali qualità; era in possesso di quella fondamentale: la convinzione profonda delle verità che annunziava. «Quello che tu sei, urla così forte che io non odo quello che tu dici», ammonisce un vecchio proverbio. Quello che egli era, lo si vedeva dappertutto, e meglio ancora sul pulpito. La predica silenziosa di san Francesco per le strade di Assisi era il paradigma della sua condotta. Bastava guardare la sua snella e severa figura di religioso, serio, raccolto, riservato; e già il suo silenzio aveva un'eloquenza trascinatrice. Sul pulpito poi, dove non saliva mai impreparato da estemporaneo improvvisatore, anzi con un po' di tremore subito vinto dalla fiducia nell'Immacolata, riusciva a convincere, a commuovere, a convertire. «Il vero predicatore, –disse un antico santo– è quello che riesce a far piangere, non quello che fa ridere». Forse un aspetto della personalità del Fasani è appunto questo, la carenza dell'umorismo: non ci teneva a far ridere. Dipendeva un po' dalla sua fanciullezza di orfano e dalla severità degli studi compiuti. Quello che faceva, in ogni campo, era da lui preso sempre sul serio, specialmente nel rivolgersi quale ministro di Cristo al popolo di Dio.
E si deve dire che, dopo i primi contatti con la vita, una delle sue attività più costanti ed entusiasmanti fu appunto la predicazione. Tutti ne venivano affascinati e conquistati. Si sentiva che le sue parole scaturivano da abissali profondità interiori, che ciò che diceva era vissuto, sofferto fino allo spasimo.
Quanto ha predicato? Non lo sapremo mai. È difficile precisarlo sia pure approssimativamente. Quaresimali, novene, panegirici, omelie, esortazioni in svariate circostanze, nei venerdì per il Crocifisso, nei sabati per la Madonna. E ciò pressoché di continuo. Inoltre ritiri ed esortazioni spirituali nei monasteri di monache tanto numerosi, a religiosi, a chierici. Pur debole ed emaciato era infaticabile. «Guai a me se non evangelizzassi!»: il monito paolino (cf I Corinzi 9,16) era come uno sprone nel suo spirito ardente, lo pungeva per darsi, donarsi, volare dove anime sitibonde erano in attesa della sua parola. Mai risparmiarsi, era il suo programma. Si potrebbe osservare che questa non è cosa fuori del comune: non pochi sacerdoti potrebbero riempire quaderni di date e di paesi dove hanno annunziato la parola di Dio. Quello che però è fuori del comune, è lo stile ch'egli possedeva, l'ardore apostolico da cui era infiammato, i frutti che raccoglieva. Il suo era lo stile dei santi. La sua era la predicazione eminentemente biblica, dedotta e confortata dal Vangelo, dalle Lettere di san Paolo e altre pagine della Bibbia, dai Padri della Chiesa, rifuggente da orpelli retorici e da artifici letterari assai comuni al suo tempo.

La sua era la «sapienza del cuore», che conosceva i fremiti e le ribellioni degli animi che si divincolavano nelle spire del peccato, le debolezze e le angosce dello spirito sempre inquieto quando è lontano da Dio, ma anche gli entusiasmi, gli slanci generosi e gli eroismi di anime afferrate da Dio e lanciate sull'erta della santificazione. Fin dal giorno del suo ritorno a Lucera, avendo notato il fervore nel celebrare, il modo persuasivo e dotto nel predicare, erano molti quelli che desideravano approfittare della sua direzione spirituale. Nel segreto del confessionale egli scopriva un mondo nuovo, sorpreso e commosso nel vedere i penitenti gettarsi ai suoi piedi ed accusarsi con tanta umiltà. Comprendere i problemi di ciascuna coscienza, i travagli psicologici delle diverse età, ispirare l'orrore della colpa ed esortare alla pratica della virtù, incoraggiare i timidi e correggere i pericolanti, corroborare la volontà e comunicare il gusto della preghiera, l'amore a Dio e al prossimo, il perdono delle offese: tutto un mondo nuovo ed affascinante si dischiudeva al suo sguardo.

Egli ascoltava, consigliava, esortava, rimproverava, mite e paziente, severo talvolta, ma sempre paterno, sempre pronto ad assolvere appena vedeva spuntare un barlume di sincero pentimento. Lo sconforto delle vedove e i pianti dei diseredati, l'esuberanza dei giovani e lo scoraggiamento dei deboli, l'orgoglio dei potenti, e la petulanza dei falsi devoti, la delicatezza inquieta degli scrupolosi e le ansie meticolose delle anime consacrate: tutto imparò a comprendere, a compatire, a correggere, a perdonare. In pochi anni divenne «il confessore della città», da tutti ricercato. Confessava ogni categoria di persone, e ben presto cominciò come una gara, non solo fra il popolo e le persone altolocate ma anche fra il clero e i religiosi, di volersi confessare da lui. E la sua fama quale ottimo direttore di coscienze si estese fino a Napoli, tanto che la duchessa Della Pietra Imperiali, la quale «lo teneva in concetto di santo», per potersi confessare da lui, chiese ed ottenne per il medesimo dal cardinale arcivescovo «la facoltà, tutto che forestiero, di udire le confessioni di tutti». Riuscì a convertire uomini incalliti nel male, spavaldi galeotti, sventurate prostitute, persone che da molti anni vivevano lontane dalla chiesa e dai sacramenti, e ristabilire la pace e la concordia in molte famiglie.

L'Angelo delle prigioni - Il frate della "forca"Vai all'inizio

La fama che il santo si era acquistata per il suo zelo nel ricondurre le anime a Dio, e per la sua carità nell'aiutare e confortare i poveri e infelici d'ogni condizione, gli fece affidare dal vescovo monsignor Domenico Liguori l'assistenza spirituale ai detenuti delle carceri giudiziarie di Lucera. Quali fossero nel Settecento le condizioni ambientali, igieniche e morali delle carceri nel regno di Napoli – e non molto dissimili, purtroppo, anche in altri stati, lo si può dedurre dalle severe parole con le quali lo statista inglese William Gladstone ancora nel 1829 denunziava al mondo civile quelle carceri come «un permanente oltraggio alla religione, alla civiltà, all'umanità, alla decenza pubblica». Occorre dire che le testimonianze raccolte nelle inchieste canoniche hanno dato un particolare risalto a questo specifico settore dell'apostolato del Padre Maestro, ravvisandovi un segno del suo fervido infaticabile zelo sacerdotale e del suo eroismo di carità.

Tutti i giorni, nelle prime ore del pomeriggio, ultimati gli esercizi di pietà e gli altri atti della comunità, il servo di Dio penetrava tra quelle orride mura, non molto distanti dal convento, per visitare e consolare i poveri carcerati. Né mai s'infastidiva dell'aria guasta, o delle «inciviltà o scomodità che incontrava; sentivasi anzi più felice e più contento di questi avvenimenti (così il biografo), che negli atti di onorificenza e di rispetto». Una delle prime sollecitudini in quella sua azione caritatevole, era l'istruzione catechistica, per lo più insufficiente o del tutto carente, e volentieri s'intratteneva «spiegando spesso ai detenuti i rudimenti della dottrina cristiana e le altre verità evangeliche»; e «li istruiva e li confortava, esortandoli a ben fare..., sempre con zelo grande». La sua venuta era come un raggio di luce fra tanto squallore e desolazione. Era l'angelo del conforto, il vero ministro del Dio del perdono e della consolazione. E si confessavano volentieri da lui, deponendo ai suoi piedi il pesante fardello di inveterate colpe occulte e palesi, e ritrovando nel ritorno al Padre di misericordia e di ogni consolazione (2 Corinzi 1,3) la soave pace dello spirito, con una luce di speranza in un avvenire meno triste.

Interno del SantuarioOltre al pane spirituale, occorreva provvedere anche al pane materiale. Ed il servo di Dio si premurava di visitare quei cari suoi amici «anche per sovvenirli e aiutarli nei loro bisogni corporali, procurando ad essi, delle generose offerte», anche da parte delle monache Celestine e di altri pii benefattori. La sua carità lo spingeva altresì ad «interporsi in loro favore presso i ministri del Tribunale..., che pure l'avevano in gran concetto», e volentieri richiedevano la sua mediazione per comporre liti e contese tra i cittadini.

E non abbandonava quegli infelici fratelli, che amava di tenerissimo affetto come una madre ama i suoi figli più duramente colpiti dalla sventura, neppure quando la giustizia degli uomini li condannava al palco ferale. Ed è in quel pietoso ufficio sacerdotale che maggiormente rifulsero «lo zelo e la somma carità del servo di Dio», la cui presenza in quelli estremi momenti era invocata dagli stessi condannati come supremo conforto e motivo di speranza, ed era per essi come l'ombra della presenza misericordiosa di Cristo, nell'atto di aprire il suo cuore al perdono ed offrire l'amplesso di pace. E qui non possiamo fare a meno di riportare testualmente l'attestazione d'un nobile lucerino, il cavaliere Giuseppe Giordano, che più d'una volta avrà assistito, muto spettatore, alle ferali esecuzioni.

«Somma era la carità e lo zelo che aveva nell'assistere e sovvenire ai miseri condannati a morte, dai quali tutti era sempre chiamato, come pure dai signori ministri di questa regia udienza. E volentieri egli accorreva, e li assisteva sino all'ultimo senza mai abbandonarli, maxime sulla forca». E più d'una volta, dopo l'esecuzione, scendendo mestamente la scala, rivolgeva alle persone ivi presenti «un piccolo ristretto discorso su la misericordia di Dio per gli altri, i quali per maggior numero forse di peccati che non aveva quel misero già morto, erano esenti da quel castigo a cui era stato condannato quell'infelice». Ogni commento sarebbe superfluo. «Sorprendente, ma vero - annota a questo punto Piero Chiminelli - oltre un secolo prima del sacerdote e terziario san Giuseppe Cafasso († 1860), questo titolo di «frate della forca» è stato dato a san Francesco Antonio Fasani per bocca stessa del suo popolo lucerino. Anche questo è un primato ed anche un vanto di splendido servizio per un francescano, per un apostolo come lui».

Educatore e MaestroVai all'inizio

Il Padre Maestro non ebbe un metodo educativo proprio, né lasciò un metodo particolare ai suoi discepoli e confratelli. Egli mai teorizzò sulla educazione, che anche dagli antichi fu ritenuta l'arte fra le più ardue e le più difficili. Eppure, considerando il corso della sua vita e delle sue opere, il contatto che ebbe con la sua scuola, con i fanciulli e i giovani, rileggendo attentamente quanto egli scrisse, ci appare un grande educatore, se educare significa guidare l'uomo verso la via del bene, consegnare alla società persone che la onorino e la servano nella integrità delle loro coscienze. Il Fasani ben presto si rese conto dei pericoli dell'ignoranza dell'epoca e della falsa cultura, e, sostituendo la sua all'opera delle famiglie dimentiche il più delle volte degli alti compiti formativi, fece della sua vita un continuo richiamo ad una forma superiore di vita. A tal proposito va rammentata la particolare influenza educativa esercitata dalla cara mamma Isabella sull'animo sensibile del figlio. E questo ci porta a considerare quanto sia importante l'amore materno nella difficile opera educativa. Giovanni Modugno ritiene, e mi sembra a ragione, «che l'educazione religiosa debba cominciare sin dal grembo materno». Egli esercita la sua missione di maestro nel '700, che è stato il secolo dei lumi e della ragione, il secolo nel quale l'uomo ha preteso di sottrarsi alla fede e liberarsi del mistero di Dio.

Per il Fasani la scuola doveva essere, specialmente per la gioventù povera e bisognosa, l'ambiente naturale e sacro dove, in stridente contrasto con il precedente della strada e molte volte della famiglia, essa doveva e poteva trovare la forza e la gioia di uscire dal suo stato di inferiorità e di disprezzo, preparandosi alla vita con idealità fino allora sconosciute. Ma una istruzione popolare diventava impresa ardua in un'epoca in cui tale istruzione era ancor quasi del tutto trascurata.
Quella del Fasani fu pertanto opera di educazione e non di pura istruzione, mirante cioè alla formazione dei figli del popolo. Opera educativa intesa perciò come apostolato, con lo scopo di affrontare le difficili problematiche morali, sociali e culturali dell'epoca, e che gli creò non poche difficoltà per le opposizioni e vessazioni da parte della nobiltà, gelosa del proprio prestigio, creduto compromesso dall'elevazione culturale del popolo. Anche allora i problemi di sopraffazione dovuti allo stato di ignoranza erano forti. Il Nostro comprese ben presto che l'istruzione del popolo costituisce il presupposto basilare per arginare validamente ogni forma di clientelismo e prepotenza. Non ebbe per tutto questo bisogno di aride leggi o di ben studiati metodi; anzi, la sua parola, «sobria nello stile e nel dettato, senza barocchismi ed orpelli retorici ancora in uso nel secolo del Fasani», raggiungeva più facilmente lo scopo

La "preziosa morte"  Vai all'inizio

Nella notte del 22 novembre il servo di Dio ebbe una chiamata: un suo penitente, Pietro Giordano, gravemente infermo, presentendo prossima la fine, chiese il conforto della sua assistenza sacerdotale. Il padre si alzò da letto, indossò in fretta la tonaca e corse subito alla casa del malato. Anche lui si sentiva poco bene. Altre volte era accorso «ad assistere ai moribondi anche di notte con notevole pregiudizio della sua salute»: dinanzi ad un'opera di carità non si era mai tirato indietro. Una raffica di tramontana gelida lo investi, all'uscire dal convento, nel piazzale della chiesa. Sentì un brivido per le membra e come una trafittura alla spalla, riacutizzandosi il male che l'affliggeva da tempo. Proseguì senza badare fino alla casa del moribondo, e dopo avergli somministrato i conforti della Chiesa, fece ritorno al convento. L'indomani, venerdì 23 novembre, prese parte alla recita corale e a tutti gli atti della comunità, e confessò quasi tutta la mattinata. Celebrò, non senza qualche sforzo, la santa messa. Era l'ultima sua messa!

La febbre aumentò rapidamente e le condizioni generali si aggravarono nella notte successiva, sicché non poté alzarsi all'ora consueta per l'ufficio in coro. Si vestì nondimeno, nella speranza di poter scendere in chiesa e celebrarvi la santa messa. Si arrese però alla voce dell'obbedienza, avendogli il padre guardiano, al vederlo in quelle gravi condizioni, ordinato di starsene riguardato in cella. Chiese allora di poter recitare il mattutino del giorno (il teste ricorda, a questo punto, che era la festa di san Giovanni della Croce, 24 novembre), pregando il padre guardiano di accompagnarlo nella recita, non potendo egli proseguire da solo. La mattina del 26 novembre il dottor Giovanni Arnese ebbe la forza di dirgli che non c'era più nulla da fare. il servo di Dio, congiungendo le mani, con espressione ispirata lo ringraziò e lo benedisse: «Ti benedica il Padre con la sua onnipotenza, il Figlio con la sua sapienza, lo Spirito Santo con la sua carità per il felice annunzio che m'hai dato». il medico uscì piangendo. I frati della comunità si avvicendavano al suo capezzale, rimanendo tutti commossi ed edificati dalla tranquillità del suo atteggiamento, dallo spirito di preghiera che lo sorreggeva, dalle pie giaculatorie che mormorava. Quando gli portarono il Viatico, volle scendere dal letto (l'avevano finalmente obbligato a usare un materasso) e inginocchiarsi sul pavimento per ricevere quasi in estasi la santa comunione: pareva liquefarsi d'amore nell'ansia struggente di unirsi al suo Diletto. Poi fu lui stesso a chiedere l'Olio santo, e si assopì. Era il 28 novembre. il giorno dopo aveva inizio la novena dell'Immacolata, che questa volta non avrebbe predicato lui: la Mamma sua lo aspettava altrove. Chiese un'immaginetta dell'Immacolata e, con questa nella mano destra e il crocifisso nella sinistra, mormorò intelligibilmente le preghiere mariane: Ave, maris stella; Magnificat; Tota pulchra; Salve Regina. Passò la giornata tra deliqui, assopimenti, risvegli a intermittenza. A mezzanotte, prima di scendere in chiesa per il mattutino, il padre Avone invitò l'intera comunità a ricevere la benedizione del moribondo, ch'egli impartì come un antico patriarca.

Rimase accanto a lui il padre Giuseppe Longhi (padre Avone s'era ritirato a singhiozzare da parte); il padre Giannini, che dovette sostituirlo nella predicazione della novena, s'era messo a studiare. Ed il santo spirò placidamente verso le dieci del mattino del 29 novembre 1742. Ai mesti rintocchi funebri una sola voce dalle case, dalle strade, dai vicoli bui di Lucera passava rapida sulle labbra della folla che ingrossava di minuto in minuto: E morto il santo, è morto il padre dei poveri.

San Francesco usava l'aggettivo «prezioso» per tutto ciò che riguardava l'eucaristia; lo usò poi nel Cantico delle creature per l'acqua e per le stelle. Il santo della povertà riteneva prezioso, cioè di valore sacro, quasi un tesoro inapprezzabile l'eucaristia anzitutto, poi l'acqua e le stelle. Alla morte dedicò solo la parola «sorella» e la guardò tranquillo negli occhi come un fatto naturale, a cui «nullo homo vivente può scappare», anzi le andò incontro cantando. Bisogna risalire alla Bibbia per trovare l'aggettivo «prezioso» congiunto alla morte: «Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli» (Salmo 116,15). Strano che venga proclamata tale non per l'uomo ma per Dio; è Dio ad acquistare un tesoro quando muore un santo. A rifletterci in profondità, è proprio così, perché il santo raggiunge quella vetta dell'amore dove diventa impossibile indietreggiare o deflettere. È il suo giorno natalizio, e la Chiesa festeggia appunto quel giorno. Preziosa però è anche per lui, per il santo stesso, che raggiunge finalmente la meta di tutti i suoi sospiri, e preziosa per chi resta nella militanza di una Chiesa travagliata, perché in paradiso – come diceva san Massimiliano Maria Kolbe – il santo può lavorare con tutte e due le mani e recarci più aiuto.

Nella Gloria dei SantiVai all'inizio

L'umile tomba divenne subito meta ininterrotta di ammiratori e devoti d'ogni classe e condizione sociale, non soltanto dalla nativa Lucera ma anche dai paesi circostanti e città più lontane, che tornavano a rivivere i provvidenziali incontri avuti col venerato Padre Maestro, a chiedere l'aiuto delle sue preghiere, e spesso a testimoniare a viva voce le grazie e i favori celesti ottenuti per la sua intercessione- Fin dai primi giorni dopo la morte, come ne fanno fede i testimoni de visu che furono ascoltati nei processi, i prodigi si susseguirono alla tomba del servo di Dio. Il primo importante traguardo nel lungo cammino della causa, fu raggiunto con la formale introduzione decretata dal Sommo Pontefice Gregorio XVI il 4 maggio 1831. Seguirono a breve distanza i processi apostolici (da svolgersi per pontificia autorizzazione, e con precise norme e specifici interrogatori proposti dalla Sacra Congregazione dei Riti) sulle virtù in specie del servo di Dio, iniziati nel 1832 e conclusi nel 1853.

Approvati quindi gli scritti con pontificio decreto del 3 febbraio 1877, ed espletate le normali ed impegnative discussioni sulle virtù, con intervento di qualificati consultori teologi e cardinali, si giunse all'atto conclusivo alla presenza del Pontefice Leone XIII, che con solenne decreto del 21 giugno 1891 proclamò l'eroicità delle virtù del venerabile Francesco Antonio Fasani: premessa essenziale per la futura glorificazione del servo di Dio. Non restava che attendere fiduciosamente il segno dal cielo all'ora predisposta dalla provvidenza. Ed il settimo centenario francescano nel 1926, seguito a breve distanza dal ritorno definitivo a Lucera nel 1932 dei Frati Minori Conventuali (che a seguito delle nuove leggi di soppressione erano stati costretti ad abbandonare il convento), e ancor più le celebrazioni nella ricorrenza del secondo centenario della morte del Padre Maestro, nel 1942, riaccesero la speranza sempre ferma nel popolo di Lucera di salutare quanto prima l'auspicato giorno della beatificazione.

Riconosciuta da papa Pio XII la validità dell'uno e dell'altro caso prodigioso, per i comprovati segni dell'autentico miracolo – a seguito d'un meticoloso esame peritale presso il collegio medico della Sacra Congregazione dei Riti – e per l'accertata invocazione del venerabile, si giunse rapidamente al traguardo lungamente atteso della beatificazione. La terza domenica dopo Pasqua, 15 aprile 1951, nella solenne maestà del sacro rito l'umile e grande figlio di Lucera, nella luminosa immagine adorna del nimbo dei beati, saliva, tra l'incontenibile entusiasmo dell'immensa folla che gremiva la Basilica Vaticana, nella gloria del Bernini!

Raggiunto felicemente il traguardo della beatificazione era profondamente radicata la convinzione nella coscienza del popolo di Lucera che Dio, accordando nuovi segni prodigiosi per la sua intercessione, avrebbe affrettato il giorno in cui la Chiesa gli avrebbe decretato la massima gloria: quella della canonizzazione. E notevole infatti la distinzione che corre tra beatificazione e canonizzazione

Il miracolo richiesto dalle leggi canoniche per la canonizzazione del beato Fasani non si fece lungamente attendere: esso si verificò nei primi di febbraio del 1961; a distanza di dieci anni dalla beatificazione, nella persona di un umile casalinga, Maria Stratagemma di anni cinquanta, abitante nei pressi di San Severo, diocesi confinante con quella di Lucera. Si tratta della guarigione improvvisa, clinicamente completa e definitiva da una lunga e inveterata malattia, protrattasi per più di nove anni e degenerata in una stenosi retto-sigmoidea pervenuta all'estremo grado di gravità, senza speranza di risoluzione e nella previsione dell'esito fatale a distanza di ore.

Venuti a mancare i rimedi umani, fu fatto ricorso all'intercessione del beato Francesco Antonio verso il quale l'inferma «aveva una devozione particolare», venerandolo in un quadro esposto nella sua casa, distribuendo immaginette agli amici e facendo celebrare delle sante messe, oltre «qualche opera di carità ad alcuni più poveri di me» (come essa dice), per impetrare dal Signore la canonizzazione del beato.

La notte successiva al pronostico medico infausto, mentre gli astanti ne attendevano da un momento all'altro la morte, la paziente, destatasi da un sonno profondo, durante il quale (come essa riferì subito dopo ai presenti) aveva avuto una confortatrice visione del Beato, ebbe «la sensazione di essere guarita», avvertendo un improvviso benessere fisico e psichico, con la scomparsa dei dolori e degli altri sintomi della grave malattia. Completamente guarita poté riprendere, dopo pochi giorni, le normali abitudini di vita e di lavoro; e nei quattordici anni che sopravvisse non ebbe più ricadute nella malattia. Il Sommo Pontefice,Giovanni Paolo II, esprimendo il suo vivissimo compiacimento per una sì felice e propizia conclusione del lungo iter della nobile causa, ha annunciato ufficialmente la data della solenne canonizzazione, da tenersi nella Basilica Vaticana, il 13 aprile 1986, terza domenica di Pasqua.

In quel giorno, fra l'incontenibile gioia della città di Lucera e della generosa terra di Puglia, la commossa esultanza dei suoi confratelli Minori Conventuali e dell'intera Famiglia Francescana, ed il giubilo della Chiesa universale, l'umile e grande figlio del Poverello d'Assisi, Francesco Antonio Fasani, assurge ai supremi onori degli altari, redimito di gloria immortale, novello astro splendente di divina luce nella fulgida costellazione degli Eletti di Dio. I santi, in ogni stagione della Chiesa e del mondo si presentano come «segni» della presenza di Dio nella comunità degli uomini e «strumenti» di salvezza e di riconciliazione.

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Canzoncina all'Immacolata di S. Franeesco A. Fasani

Fra le pure creature
sei, Maria, La più perfetta;
Tu la sola benedetta
fra le donne sei chiamata:
Oh, Concetta Immacolata!

Tu sei giglio fra le spine,
Tu di Gerico la rosa;
Tu Madre, Figlia e Sposa
 di quel Dio che T'Ha creata:
Oh, Concetta Immacolata!

Tu sei Madre, e serbi intatto
il candore verginale;
sei distinta e segnalata:
Oh, Concetta Immacolata!

Sei l'Eletta come il sole,
bella sei come la luna;
non mancante né macchiata:
Oh, Concetta Immacolata!

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Webmaster: Vincenzo Nobile
Ultimo aggiornamento: 11-03-08.
 

   

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