L'umile nascita
In
una povera casa di Lucera, da genitori «di
umilissime condizioni ma pii e timorati di Dio»,
Giuseppe Fasani e Isabella Della Monica, era nato il
6 agosto 1681 Donato Antonio Giovanni Nicola: colui
che diventerà il Padre Maestro. Rigenerato
alla vita divina con il sacramento del battesimo il
10 seguente nella chiesa cattedrale, fu sempre
chiamato dai suoi e dai compagni Giovanniello.
La tradizione locale che un insolito chiarore abbia
illuminato casa Fasani il giorno della nascita del
primogenito, non trova sicura conferma nelle fonti
storiche, e potrebbe essere attribuita alla pietà
popolare che ama porre l'aureola sulla testa dei
santi fin dalla culla. I suoi genitori, cristiani
profondamente convinti tutti e due, sapevano che i
figli, dono del buon Dio, vanno educati nel suo
santo timore e nel rispetto amoroso del prossimo
cristiano. Così Giovanniello crebbe in quell'atmosfera
di serenità, di pace e di sacrificio,
caratteristiche della civiltà contadina, dove lo
squillo delle campane nelle varie ore del giorno
scandiva il ritmo della preghiera in chiesa o in
famiglia. E in famiglia sì pregava, si recitava il
rosario in ginocchio dinanzi all'immagine
dell'Immacolata. I Fasani non possedevano nulla;
davano però al figlio quello che essi erano, e così
egli assimilava inconsapevolmente il tesoro di una
religiosità che era il loro bene più grande. Le
preghiere, i gesti, l'inflessione della voce, il
modo di ragionare formavano la sua psiche infantile
senza che neppure se ne accorgessero: la pedagogia
dell'amore materno ignora i trattati degli studiosi
(o li ispira?), e le radici della personalità
diventano tanto più salde quanto meglio ne è stata
curata l'infanzia.
Nella
Famiglia serafica
Il 23 agosto 1695, verso le sette del mattino, si
compiva per Giovanniello il suggestivo rito
della Vestizione religiosa per mano del guardiano
del convento, a ciò delegato dal Ministro
Provinciale.
"Moriva al mondo", deponeva l'abito secolare, nonchè,
l'antico nome di nascita, per prendere quello di
frate Francesco Antonio. Con la vestizione
religiosa iniziava anche l'anno del noviziato, che è
l'anno di prova; esso offre al candidato
l'opportunità, sotto la guida d'un esperto maestro
dei novizi, di saggiare se stesso e le proprie
attitudini e disposizioni, apprendere gli elementi
fondamentali della vita religiosa, e prepararsi nel
raccoglimento e nella preghiera alla professione dei
santi voti. Il suo impegno, dunque, fin dai primi
passi nella vita religiosa, era ben chiaro e
preciso: l'acquisto del perfetto dominio di se,
l'equilibrio interiore e il radicamento in una
spiritualità che, sull'esempio del Poverello
d'Assisi e gli insegnamenti del Dottore Serafico
Bonaventura, aveva formato attraverso i secoli le
più elette personalità del francescanesimo.
Il novizio fra Francesco Antonio seppe far tesoro,
nella quiete solenne ed austera del Gargano e del
chiostro, dei buoni principi dell'ascetica e mistica
cristiana che gli venivano impartiti. Anzi, per
unanime riconoscimento, era il più esemplare per
compostezza, puntualità, diligenza e profitto. Fu
dunque ammesso a votazione unanime alla professione
dei consigli evangelici, obbedienza castità povertà.
Al terminare dell'anno di prova, alle ore otto a.m.
del 23 agosto 1696, tutto compreso del suo ormai
definitivo ingresso nella famiglia serafica, giurò
per sempre quella fedeltà al Signore cui si era
interiormente legato, un anno prima, nell'atto
d'indossare il saio francescano.
Sacerdote
di Cristo
Il 19 settembre 1705, sabato delle Quattro Tempora,
nella chiesa di San Quirico delle Clarisse
urbaniste, nei pressi del vescovado, fra Francesco
Antonio Fasani riceveva nel gaudio e nel fervore
dello spirito l'ordinazione sacerdotale per le mani
di un vescovo francescano, monsignor Ottavio di San
Francesco. Insieme con lui veniva ordinato sacerdote
l'inseparabile confratello ed amico fra Antonio
Lucci. La domenica seguente, 20 settembre,
attorniato da una festosa corona di confratelli,
celebrava la sua prima messa nella Basilica
Inferiore di San Francesco. Raggiunta la meta del
sacerdozio, restava ora da conseguire il magistero o
dottorato in sacra teologia. Il Fasani, vincendo
ogni sua riluttanza o perplessità, andò a Roma per
sostenere presso il Collegio Sistino di San
Bonaventura, il massimo collegio dell'Ordine, il
concorso per il conseguimento del titolo di
Collegiale, che abilitava a proseguire i corsi in
uno dei collegi generali. Ritornò quindi l'8 giugno
1706 come Collegiale ad Assisi, ove in breve tempo
avrebbe brillantemente coronato il lungo itinerario
di studi quale candidato al magistero di teologia.
Ministro della Parola e della Riconciliazione
Uno
dei doveri più impellenti del sacerdote, se non il
più arduo, è quello della predicazione. Al
confessionale c'è la tendina che nasconde il viso,
la voce è appena sussurrata, la statura, la
fisionomia, l'espressione del confessore sfuggono al
penitente, il quale ha la sensazione di colloquiare
con un'ombra o addirittura con se stesso.
Un'adeguata preparazione dottrinale, unita a
delicata coscienza e alla «discrezione degli
spiriti», può essere sufficiente per un buon
confessore. Il pulpito presenta altre esigenze,
alcune esterne ma non irrilevanti. La fisionomia, la
voce, il gesto, l'espressione, tutto è controllato
dall'uditorio anche il più benevolo sia pure
involontariamente. A una buona formazione e
soprattutto ad una seria preparazione teologica,
l'oratore deve associare doti e qualità personali
piuttosto notevoli, perché la cittadella del cuore
umano non si lascia facilmente espugnare, tanto meno
dal primo venuto.
Il Fasani ignorava lui stesso di possedere tali
qualità; era in possesso di quella fondamentale: la
convinzione profonda delle verità che annunziava.
«Quello che tu sei, urla così forte che io non odo
quello che tu dici», ammonisce un vecchio proverbio.
Quello che egli era, lo si vedeva
dappertutto, e meglio ancora sul pulpito. La predica
silenziosa di san Francesco per le strade di Assisi
era il paradigma della sua condotta. Bastava
guardare la sua snella e severa figura di religioso,
serio, raccolto, riservato; e già il suo silenzio
aveva un'eloquenza trascinatrice. Sul pulpito poi,
dove non saliva mai impreparato da estemporaneo
improvvisatore, anzi con un po' di tremore subito
vinto dalla fiducia nell'Immacolata, riusciva a
convincere, a commuovere, a convertire. «Il vero
predicatore, –disse un antico santo– è quello che
riesce a far piangere, non quello che fa ridere».
Forse un aspetto della personalità del Fasani è
appunto questo, la carenza dell'umorismo: non ci
teneva a far ridere. Dipendeva un po' dalla sua
fanciullezza di orfano e dalla severità degli studi
compiuti. Quello che faceva, in ogni campo, era da
lui preso sempre sul serio, specialmente nel
rivolgersi quale ministro di Cristo al popolo di
Dio.
E si deve dire che, dopo i primi contatti con la
vita, una delle sue attività più costanti ed
entusiasmanti fu appunto la predicazione. Tutti ne
venivano affascinati e conquistati. Si sentiva che
le sue parole scaturivano da abissali profondità
interiori, che ciò che diceva era vissuto, sofferto
fino allo spasimo.
Quanto ha predicato? Non lo sapremo mai. È difficile
precisarlo sia pure approssimativamente.
Quaresimali, novene, panegirici, omelie, esortazioni
in svariate circostanze, nei venerdì per il
Crocifisso, nei sabati per la Madonna. E ciò
pressoché di continuo. Inoltre ritiri ed esortazioni
spirituali nei monasteri di monache tanto numerosi,
a religiosi, a chierici. Pur debole ed emaciato era
infaticabile. «Guai a me se non evangelizzassi!»: il
monito paolino (cf I Corinzi 9,16) era come uno
sprone nel suo spirito ardente, lo pungeva per
darsi, donarsi, volare dove anime sitibonde erano in
attesa della sua parola. Mai risparmiarsi, era il
suo programma. Si potrebbe osservare che questa non
è cosa fuori del comune: non pochi sacerdoti
potrebbero riempire quaderni di date e di paesi dove
hanno annunziato la parola di Dio. Quello che però è
fuori del comune, è lo stile ch'egli possedeva,
l'ardore apostolico da cui era infiammato, i frutti
che raccoglieva. Il suo era lo stile dei santi. La
sua era la predicazione eminentemente biblica,
dedotta e confortata dal Vangelo, dalle Lettere di
san Paolo e altre pagine della Bibbia, dai Padri
della Chiesa, rifuggente da orpelli retorici e da
artifici letterari assai comuni al suo tempo.
La sua era la «sapienza del cuore», che conosceva i
fremiti e le ribellioni degli animi che si
divincolavano nelle spire del peccato, le debolezze
e le angosce dello spirito sempre inquieto quando è
lontano da Dio, ma anche gli entusiasmi, gli slanci
generosi e gli eroismi di anime afferrate da Dio e
lanciate sull'erta della santificazione. Fin dal
giorno del suo ritorno a Lucera, avendo notato il
fervore nel celebrare, il modo persuasivo e dotto
nel predicare, erano molti quelli che desideravano
approfittare della sua direzione spirituale. Nel
segreto del confessionale egli scopriva un mondo
nuovo, sorpreso e commosso nel vedere i penitenti
gettarsi ai suoi piedi ed accusarsi con tanta
umiltà. Comprendere i problemi di ciascuna
coscienza, i travagli psicologici delle diverse età,
ispirare l'orrore della colpa ed esortare alla
pratica della virtù, incoraggiare i timidi e
correggere i pericolanti, corroborare la volontà e
comunicare il gusto della preghiera, l'amore a Dio e
al prossimo, il perdono delle offese: tutto un mondo
nuovo ed affascinante si dischiudeva al suo sguardo.
Egli ascoltava, consigliava, esortava, rimproverava,
mite e paziente, severo talvolta, ma sempre paterno,
sempre pronto ad assolvere appena vedeva spuntare un
barlume di sincero pentimento. Lo sconforto delle
vedove e i pianti dei diseredati, l'esuberanza dei
giovani e lo scoraggiamento dei deboli, l'orgoglio
dei potenti, e la petulanza dei falsi devoti, la
delicatezza inquieta degli scrupolosi e le ansie
meticolose delle anime consacrate: tutto imparò a
comprendere, a compatire, a correggere, a perdonare.
In pochi anni divenne «il confessore della città»,
da tutti ricercato. Confessava ogni categoria di
persone, e ben presto cominciò come una gara, non
solo fra il popolo e le persone altolocate ma anche
fra il clero e i religiosi, di volersi confessare da
lui. E la sua fama quale ottimo direttore di
coscienze si estese fino a Napoli, tanto che la
duchessa Della Pietra Imperiali, la quale «lo teneva
in concetto di santo», per potersi confessare da
lui, chiese ed ottenne per il medesimo dal cardinale
arcivescovo «la facoltà, tutto che forestiero, di
udire le confessioni di tutti». Riuscì a convertire
uomini incalliti nel male, spavaldi galeotti,
sventurate prostitute, persone che da molti anni
vivevano lontane dalla chiesa e dai sacramenti, e
ristabilire la pace e la concordia in molte
famiglie.
L'Angelo delle prigioni - Il frate della "forca"
La fama che il santo si era acquistata per il suo
zelo nel ricondurre le anime a Dio, e per la sua
carità nell'aiutare e confortare i poveri e infelici
d'ogni condizione, gli fece affidare dal vescovo
monsignor Domenico Liguori l'assistenza spirituale
ai detenuti delle carceri giudiziarie di Lucera.
Quali fossero nel Settecento le condizioni
ambientali, igieniche e morali delle carceri nel
regno di Napoli – e non molto dissimili, purtroppo,
anche in altri stati, lo si può dedurre dalle severe
parole con le quali lo statista inglese William
Gladstone ancora nel 1829 denunziava al mondo civile
quelle carceri come «un permanente oltraggio alla
religione, alla civiltà, all'umanità, alla decenza
pubblica». Occorre dire che le testimonianze
raccolte nelle inchieste canoniche hanno dato un
particolare risalto a questo specifico settore
dell'apostolato del Padre Maestro, ravvisandovi un
segno del suo fervido infaticabile zelo sacerdotale
e del suo eroismo di carità.
Tutti i giorni, nelle prime ore del pomeriggio,
ultimati gli esercizi di pietà e gli altri atti
della comunità, il servo di Dio penetrava tra quelle
orride mura, non molto distanti dal convento, per
visitare e consolare i poveri carcerati. Né mai
s'infastidiva dell'aria guasta, o delle «inciviltà o
scomodità che incontrava; sentivasi anzi più felice
e più contento di questi avvenimenti (così il
biografo), che negli atti di onorificenza e di
rispetto». Una delle prime sollecitudini in quella
sua azione caritatevole, era l'istruzione
catechistica, per lo più insufficiente o del tutto
carente, e volentieri s'intratteneva «spiegando
spesso ai detenuti i rudimenti della dottrina
cristiana e le altre verità evangeliche»; e «li
istruiva e li confortava, esortandoli a ben fare...,
sempre con zelo grande». La sua venuta era come un
raggio di luce fra tanto squallore e desolazione.
Era l'angelo del conforto, il vero ministro del Dio
del perdono e della consolazione. E si confessavano
volentieri da lui, deponendo ai suoi piedi il
pesante fardello di inveterate colpe occulte e
palesi, e ritrovando nel ritorno al Padre di
misericordia e di ogni consolazione (2 Corinzi
1,3) la soave pace dello spirito, con una luce
di speranza in un avvenire meno triste.
Oltre
al pane spirituale, occorreva provvedere anche al
pane materiale. Ed il servo di Dio si premurava di
visitare quei cari suoi amici «anche per sovvenirli
e aiutarli nei loro bisogni corporali, procurando ad
essi, delle generose offerte», anche da parte delle
monache Celestine e di altri pii benefattori. La sua
carità lo spingeva altresì ad «interporsi in loro
favore presso i ministri del Tribunale..., che pure
l'avevano in gran concetto», e volentieri
richiedevano la sua mediazione per comporre liti e
contese tra i cittadini.
E non abbandonava quegli infelici fratelli, che
amava di tenerissimo affetto come una madre ama i
suoi figli più duramente colpiti dalla sventura,
neppure quando la giustizia degli uomini li
condannava al palco ferale. Ed è in quel pietoso
ufficio sacerdotale che maggiormente rifulsero «lo
zelo e la somma carità del servo di Dio», la cui
presenza in quelli estremi momenti era invocata
dagli stessi condannati come supremo conforto e
motivo di speranza, ed era per essi come l'ombra
della presenza misericordiosa di Cristo, nell'atto
di aprire il suo cuore al perdono ed offrire
l'amplesso di pace. E qui non possiamo fare a meno
di riportare testualmente l'attestazione d'un nobile
lucerino, il cavaliere Giuseppe Giordano, che più
d'una volta avrà assistito, muto spettatore, alle
ferali esecuzioni.
«Somma era la carità e lo zelo che aveva
nell'assistere e sovvenire ai miseri condannati a
morte, dai quali tutti era sempre chiamato,
come pure dai signori ministri di questa regia
udienza. E volentieri egli accorreva, e li assisteva
sino all'ultimo senza mai abbandonarli, maxime
sulla forca». E più d'una volta, dopo
l'esecuzione, scendendo mestamente la scala,
rivolgeva alle persone ivi presenti «un
piccolo ristretto discorso su la misericordia di Dio
per gli altri, i quali per maggior numero forse di
peccati che non aveva quel misero già morto, erano
esenti da quel castigo a cui era stato condannato
quell'infelice». Ogni commento sarebbe superfluo.
«Sorprendente, ma vero - annota a questo punto Piero
Chiminelli - oltre un secolo prima del sacerdote e
terziario san Giuseppe Cafasso († 1860), questo
titolo di «frate della forca» è stato dato a san
Francesco Antonio Fasani per bocca stessa del suo
popolo lucerino. Anche questo è un primato ed anche
un vanto di splendido servizio per un francescano,
per un apostolo come lui».
Educatore e Maestro
Il Padre Maestro non ebbe un metodo educativo
proprio, né lasciò un metodo particolare ai suoi
discepoli e confratelli. Egli mai teorizzò sulla
educazione, che anche dagli antichi fu ritenuta
l'arte fra le più ardue e le più difficili. Eppure,
considerando il corso della sua vita e delle sue
opere, il contatto che ebbe con la sua scuola, con i
fanciulli e i giovani, rileggendo attentamente
quanto egli scrisse, ci appare un grande educatore,
se educare significa guidare l'uomo verso la via del
bene, consegnare alla società persone che la onorino
e la servano nella integrità delle loro coscienze.
Il Fasani ben presto si rese conto dei pericoli
dell'ignoranza dell'epoca e della falsa cultura, e,
sostituendo la sua all'opera delle famiglie
dimentiche il più delle volte degli alti compiti
formativi, fece della sua vita un continuo richiamo
ad una forma superiore di vita. A tal proposito va
rammentata la particolare influenza educativa
esercitata dalla cara mamma Isabella sull'animo
sensibile del figlio. E questo ci porta a
considerare quanto sia importante l'amore materno
nella difficile opera educativa. Giovanni Modugno
ritiene, e mi sembra a ragione, «che l'educazione
religiosa debba cominciare sin dal grembo materno».
Egli esercita la sua missione di maestro nel '700,
che è stato il secolo dei lumi e della ragione, il
secolo nel quale l'uomo ha preteso di sottrarsi alla
fede e liberarsi del mistero di Dio.
Per il Fasani la scuola doveva essere, specialmente
per la gioventù povera e bisognosa, l'ambiente
naturale e sacro dove, in stridente contrasto con il
precedente della strada e molte volte della
famiglia, essa doveva e poteva trovare la forza e la
gioia di uscire dal suo stato di inferiorità e di
disprezzo, preparandosi alla vita con idealità fino
allora sconosciute. Ma una istruzione popolare
diventava impresa ardua in un'epoca in cui tale
istruzione era ancor quasi del tutto trascurata.
Quella del Fasani fu pertanto opera di educazione e
non di pura istruzione, mirante cioè alla formazione
dei figli del popolo. Opera educativa intesa perciò
come apostolato, con lo scopo di affrontare le
difficili problematiche morali, sociali e culturali
dell'epoca, e che gli creò non poche difficoltà per
le opposizioni e vessazioni da parte della nobiltà,
gelosa del proprio prestigio, creduto compromesso
dall'elevazione culturale del popolo. Anche allora i
problemi di sopraffazione dovuti allo stato di
ignoranza erano forti. Il Nostro comprese ben presto
che l'istruzione del popolo costituisce il
presupposto basilare per arginare validamente ogni
forma di clientelismo e prepotenza. Non ebbe per
tutto questo bisogno di aride leggi o di ben
studiati metodi; anzi, la sua parola, «sobria nello
stile e nel dettato, senza barocchismi ed orpelli
retorici ancora in uso nel secolo del Fasani»,
raggiungeva più facilmente lo scopo
La "preziosa morte"

Nella
notte del 22 novembre il servo di Dio ebbe una
chiamata: un suo penitente, Pietro Giordano,
gravemente infermo, presentendo prossima la fine,
chiese il conforto della sua assistenza sacerdotale.
Il padre si alzò da letto, indossò in fretta la
tonaca e corse subito alla casa del malato. Anche
lui si sentiva poco bene. Altre volte era accorso
«ad assistere ai moribondi anche di notte con
notevole pregiudizio della sua salute»: dinanzi ad
un'opera di carità non si era mai tirato indietro.
Una raffica di tramontana gelida lo investi,
all'uscire dal convento, nel piazzale della chiesa.
Sentì un brivido per le membra e come una trafittura
alla spalla, riacutizzandosi il male che
l'affliggeva da tempo. Proseguì senza badare fino
alla casa del moribondo, e dopo avergli
somministrato i conforti della Chiesa, fece ritorno
al convento. L'indomani, venerdì 23 novembre, prese
parte alla recita corale e a tutti gli atti della
comunità, e confessò quasi tutta la mattinata.
Celebrò, non senza qualche sforzo, la santa messa.
Era l'ultima sua messa!
La febbre aumentò rapidamente e le condizioni
generali si aggravarono nella notte successiva,
sicché non poté alzarsi all'ora consueta per
l'ufficio in coro. Si vestì nondimeno, nella
speranza di poter scendere in chiesa e celebrarvi la
santa messa. Si arrese però alla voce
dell'obbedienza, avendogli il padre guardiano, al
vederlo in quelle gravi condizioni, ordinato di
starsene riguardato in cella. Chiese allora di poter
recitare il mattutino del giorno (il teste ricorda,
a questo punto, che era la festa di san Giovanni
della Croce, 24 novembre), pregando il padre
guardiano di accompagnarlo nella recita, non potendo
egli proseguire da solo. La mattina del 26 novembre
il dottor Giovanni Arnese ebbe la forza di dirgli
che non c'era più nulla da fare. il servo di Dio,
congiungendo le mani, con espressione ispirata lo
ringraziò e lo benedisse: «Ti benedica il Padre con
la sua onnipotenza, il Figlio con la sua sapienza,
lo Spirito Santo con la sua carità per il felice
annunzio che m'hai dato». il medico uscì piangendo.
I frati della comunità si avvicendavano al suo
capezzale, rimanendo tutti commossi ed edificati
dalla tranquillità del suo atteggiamento, dallo
spirito di preghiera che lo sorreggeva, dalle pie
giaculatorie che mormorava. Quando gli portarono il
Viatico, volle scendere dal letto (l'avevano
finalmente obbligato a usare un materasso) e
inginocchiarsi sul pavimento per ricevere quasi in
estasi la santa comunione: pareva liquefarsi d'amore
nell'ansia struggente di unirsi al suo Diletto. Poi
fu lui stesso a chiedere l'Olio santo, e si assopì.
Era il 28 novembre. il giorno dopo aveva inizio la
novena dell'Immacolata, che questa volta non avrebbe
predicato lui: la Mamma sua lo aspettava altrove.
Chiese un'immaginetta dell'Immacolata e, con questa
nella mano destra e il crocifisso nella sinistra,
mormorò intelligibilmente le preghiere mariane:
Ave, maris stella; Magnificat; Tota pulchra; Salve
Regina. Passò la giornata tra deliqui,
assopimenti, risvegli a intermittenza. A mezzanotte,
prima di scendere in chiesa per il mattutino, il
padre Avone invitò l'intera comunità a ricevere la
benedizione del moribondo, ch'egli impartì come un
antico patriarca.
Rimase accanto a lui il padre Giuseppe Longhi (padre
Avone s'era ritirato a singhiozzare da parte); il
padre Giannini, che dovette sostituirlo nella
predicazione della novena, s'era messo a studiare.
Ed il santo spirò placidamente verso le dieci del
mattino del 29 novembre 1742. Ai mesti rintocchi
funebri una sola voce dalle case, dalle strade, dai
vicoli bui di Lucera passava rapida sulle labbra
della folla che ingrossava di minuto in minuto: E
morto il santo, è morto il padre dei poveri.
San Francesco usava l'aggettivo «prezioso» per tutto
ciò che riguardava l'eucaristia; lo usò poi nel
Cantico delle creature per l'acqua e per le
stelle. Il santo della povertà riteneva prezioso,
cioè di valore sacro, quasi un tesoro inapprezzabile
l'eucaristia anzitutto, poi l'acqua e le stelle.
Alla morte dedicò solo la parola «sorella» e la
guardò tranquillo negli occhi come un fatto
naturale, a cui «nullo homo vivente può scappare»,
anzi le andò incontro cantando. Bisogna risalire
alla Bibbia per trovare l'aggettivo «prezioso»
congiunto alla morte: «Preziosa agli occhi del
Signore è la morte dei suoi fedeli» (Salmo 116,15).
Strano che venga proclamata tale non per l'uomo ma
per Dio; è Dio ad acquistare un tesoro quando muore
un santo. A rifletterci in profondità, è proprio
così, perché il santo raggiunge quella vetta
dell'amore dove diventa impossibile indietreggiare o
deflettere. È il suo giorno natalizio, e la Chiesa
festeggia appunto quel giorno. Preziosa però è anche
per lui, per il santo stesso, che raggiunge
finalmente la meta di tutti i suoi sospiri, e
preziosa per chi resta nella militanza di una Chiesa
travagliata, perché in paradiso – come diceva san
Massimiliano Maria Kolbe – il santo può lavorare con
tutte e due le mani e recarci più aiuto.
Nella Gloria dei Santi
L'umile
tomba divenne subito meta ininterrotta di ammiratori
e devoti d'ogni classe e condizione sociale, non
soltanto dalla nativa Lucera ma anche dai paesi
circostanti e città più lontane, che tornavano a
rivivere i provvidenziali incontri avuti col
venerato Padre Maestro, a chiedere l'aiuto delle sue
preghiere, e spesso a testimoniare a viva voce le
grazie e i favori celesti ottenuti per la sua
intercessione- Fin dai primi giorni dopo la morte,
come ne fanno fede i testimoni de visu che
furono ascoltati nei processi, i prodigi si
susseguirono alla tomba del servo di Dio. Il primo
importante traguardo nel lungo cammino della causa,
fu raggiunto con la formale introduzione decretata
dal Sommo Pontefice Gregorio XVI il 4 maggio 1831.
Seguirono a breve distanza i processi apostolici (da
svolgersi per pontificia autorizzazione, e con
precise norme e specifici interrogatori proposti
dalla Sacra Congregazione dei Riti) sulle virtù in
specie del servo di Dio, iniziati nel 1832 e
conclusi nel 1853.
Approvati quindi gli scritti con pontificio decreto
del 3 febbraio 1877, ed espletate le normali ed
impegnative discussioni sulle virtù, con intervento
di qualificati consultori teologi e cardinali, si
giunse all'atto conclusivo alla presenza del
Pontefice Leone XIII, che con solenne decreto del 21
giugno 1891 proclamò l'eroicità delle virtù del
venerabile Francesco Antonio Fasani: premessa
essenziale per la futura glorificazione del servo di
Dio. Non restava che attendere fiduciosamente il
segno dal cielo all'ora predisposta dalla
provvidenza. Ed il settimo centenario francescano
nel 1926, seguito a breve distanza dal ritorno
definitivo a Lucera nel 1932 dei Frati Minori
Conventuali (che a seguito delle nuove leggi di
soppressione erano stati costretti ad abbandonare il
convento), e ancor più le celebrazioni nella
ricorrenza del secondo centenario della morte del
Padre Maestro, nel 1942, riaccesero la speranza
sempre ferma nel popolo di Lucera di salutare quanto
prima l'auspicato giorno della beatificazione.
Riconosciuta da papa Pio XII la validità dell'uno e
dell'altro caso prodigioso, per i comprovati segni
dell'autentico miracolo – a seguito d'un meticoloso
esame peritale presso il collegio medico della Sacra
Congregazione dei Riti – e per l'accertata
invocazione del venerabile, si giunse rapidamente al
traguardo lungamente atteso della beatificazione. La
terza domenica dopo Pasqua, 15 aprile 1951, nella
solenne maestà del sacro rito l'umile e grande
figlio di Lucera, nella luminosa immagine adorna del
nimbo dei beati, saliva, tra l'incontenibile
entusiasmo dell'immensa folla che gremiva la
Basilica Vaticana, nella gloria del Bernini!
Raggiunto felicemente il traguardo della
beatificazione era profondamente radicata la
convinzione nella coscienza del popolo di Lucera che
Dio, accordando nuovi segni prodigiosi per la sua
intercessione, avrebbe affrettato il giorno in cui
la Chiesa gli avrebbe decretato la massima gloria:
quella della canonizzazione. E notevole infatti la
distinzione che corre tra beatificazione e
canonizzazione
Il miracolo richiesto dalle leggi canoniche per la
canonizzazione del beato Fasani non si fece
lungamente attendere: esso si verificò nei primi di
febbraio del 1961; a distanza di dieci anni dalla
beatificazione, nella persona di un umile casalinga,
Maria Stratagemma di anni cinquanta, abitante nei
pressi di San Severo, diocesi confinante con quella
di Lucera. Si tratta della guarigione improvvisa,
clinicamente completa e definitiva da una lunga e
inveterata malattia, protrattasi per più di nove
anni e degenerata in una stenosi retto-sigmoidea
pervenuta all'estremo grado di gravità, senza
speranza di risoluzione e nella previsione
dell'esito fatale a distanza di ore.
Venuti a mancare i rimedi umani, fu fatto ricorso
all'intercessione del beato Francesco Antonio verso
il quale l'inferma «aveva una devozione
particolare», venerandolo in un quadro esposto nella
sua casa, distribuendo immaginette agli amici e
facendo celebrare delle sante messe, oltre «qualche
opera di carità ad alcuni più poveri di me» (come
essa dice), per impetrare dal Signore la
canonizzazione del beato.
La notte successiva al pronostico medico infausto,
mentre gli astanti ne attendevano da un momento
all'altro la morte, la paziente, destatasi da un
sonno profondo, durante il quale (come essa riferì
subito dopo ai presenti) aveva avuto una
confortatrice visione del Beato, ebbe «la sensazione
di essere guarita», avvertendo un improvviso
benessere fisico e psichico, con la scomparsa dei
dolori e degli altri sintomi della grave malattia.
Completamente guarita poté riprendere, dopo pochi
giorni, le normali abitudini di vita e di lavoro; e
nei quattordici anni che sopravvisse non ebbe più
ricadute nella malattia. Il Sommo Pontefice,Giovanni
Paolo II, esprimendo il suo vivissimo compiacimento
per una sì felice e propizia conclusione del lungo
iter della nobile causa, ha annunciato
ufficialmente la data della solenne canonizzazione,
da tenersi nella Basilica Vaticana, il 13 aprile
1986, terza domenica di Pasqua.
In quel giorno, fra l'incontenibile gioia della
città di Lucera e della generosa terra di Puglia, la
commossa esultanza dei suoi confratelli Minori
Conventuali e dell'intera Famiglia Francescana, ed
il giubilo della Chiesa universale, l'umile e grande
figlio del Poverello d'Assisi, Francesco Antonio
Fasani, assurge ai supremi onori degli altari,
redimito di gloria immortale, novello astro
splendente di divina luce nella fulgida
costellazione degli Eletti di Dio. I santi, in ogni
stagione della Chiesa e del mondo si presentano come
«segni» della presenza di Dio nella comunità degli
uomini e «strumenti» di salvezza e di
riconciliazione. |