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Strada verso
Lecce, sabato notte: cinque giovani perdono la loro vita in
un tremendo urto frontale con una Mercedes. Più a nord, a
Cattolica, stessa notte: altre quattro giovani vite vengono
spezzate in un altro incidente stradale. Nel piccolo paese
della Puglia dove i giovani erano nati viene dichiarato il
lutto cittadino. Probabilmente anche in qualche parte della
Romagna si farà altrettanto. La gente vuole piangere
collettivamente assieme alle famiglie coinvolte. Ed è giusto
che pianga.
Eppure, di fronte a tali tragedie, occorre avere la forza di
andare oltre, la forza per non limitarsi a piangere i nostri
ragazzi. Loro e noi. È utile tale distinzione? Loro,
colpevoli ai nostri occhi forse di andare troppo veloci, di
sentirsi al di sopra della morte quando guidano
un'automobile. E noi, gli adulti, non abbiamo niente da
chiederci? No, non basta piangere. Perché noi i nostri
ragazzi abbiamo il dovere di salvarli, strappandoli, con il
cuore e l'intelligenza, al tragico destino di morire lungo
l'asfalto viscido e polveroso di una qualsiasi strada
italiana. Perché, a ben pensare, nella loro vicenda anche
noi giochiamo la nostra parte.
Sono i numeri a dircelo, anzitutto. Ogni anno oltre
cinquemila morti per incidenti stradali, assieme ad oltre
trecentomila feriti. Dei primi oltre un terzo sono al di
sotto dei ventinove anni, per gli altri tale percentuale
sale ad oltre il 40%. È l'asciutto anonimo linguaggio della
statistica, allora, a dirci che siamo tutti coinvolti: nel
nostro Paese vi è un eccesso di sinistri stradali, molti di
più rispetto agli altri Paesi dell'Unione Europea, con
l'unica esclusione della Spagna.
Perché? Perché l'Italia gode, per così dire, di tale tristo
primato? Certo, si può tirare in ballo la nostra scarsa
educazione stradale e la altrettanto carente cultura della
legalità, oppure la prevenzione insufficiente e i controlli
inadeguati da parte delle autorità o, ancora, l'eccesso di
veicoli per abitante con oltre cinquantuno milioni di mezzi
circolanti: per carità, tutti questi fattori possono essere
le cause più immediate collegabili ai sinistri.
Ma chi voglia davvero contribuire a salvare i nostri
giovani, e con essi anche chi giovane non è più, deve porsi
una domanda più di fondo: ma che cosa fanno le famiglie per
dare ai figli, fin da bambini, valori che li rendano meno
fragili, per dar loro una coscienza più alta del valore
della vita, della loro e di quella degli altri? In molte
famiglie la prima auto è vissuta, e purtroppo fatta vivere
al compimento del 18° anno di età, come un obiettivo di
conseguita virilità. E troppo spesso l'eccesso di velocità e
la guida in stato di ebbrezza nascono e si sviluppano come
frutti di tale concezione. Naturalmente per la prevenzione
servono i test sul tasso alcolemico, certamente l'aiuto
della polizia stradale è necessario per ridurre gli
incidenti, ovviamente l'educazione stradale nelle scuole
deve offrire le opportune basi di conoscenza tecnica per la
guida, ma quel che serve ancor più è che i giovani trovino,
fin dalla loro infanzia, dentro le loro famiglie, una
formazione finalizzata al rispetto della vita e al bene
comune. Così come serve che i genitori, a loro volta, si
chiedano se sono all'altezza di tale compito. Come si vede,
noi e loro, assieme, uniti nella condivisione degli stessi
valori.
Ma anche il governo deve interrogarsi sulla coerenza della
sua politica sia quando è diretta a sostenere le famiglie
sia quando mira a ridurre l'eccesso di sinistrosità. Ad
esempio, come si spiega che da un lato esso promuova, anche
con qualche successo, progetti per la sicurezza stradale
(vedasi quello denominato Icaro) e dall'altro proponga di
non penalizzare immediatamente i cattivi guidatori con più
alte tariffe quando provocano dei sinistri?
Insomma, mettiamoci tutti in discussione perché con un po'
più di auto-critica da parte di tutti c'è da sperare di
avere qualche lacrima in meno e qualche vita in più.
Articolo di
Gianni Manghetti, AVVENIRE 27 Febbraio 2007
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