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“Un uomo completo e pienamente
realizzato, un ”testimone esemplare della dedizione per i
fratelli”, un “comunicatore spontaneo del Vangelo”. Sono
alcune definizioni del servo di Dio Giovanni Paolo II, date
dal card. Camillo Ruini, vicario del papa per la diocesi di
Roma, nel discorso pronunciato in occasione della chiusura
della fase diocesana della causa di beatificazione, avvenuta
oggi nella Basilica di San Giovanni in Laterano.
Ripercorrendo, con una “meditazione” nel secondo
anniversario dalla morte, la biografia di karol Wojtyla,
Ruini ha fatto notare come “all'inizio, al centro e al
vertice di un tale ritratto non può non stare il rapporto
personale di Karol Wojtyla con Dio: un rapporto che appare
già forte, intimo e profondo negli anni della sua
fanciullezza e che poi non ha cessato di crescere, di
irrobustirsi e produrre frutti in tutte le dimensioni della
sua vita”. “Tutti coloro che lo hanno conosciuto, da vicino
o anche solo da lontano – ha testimoniato il cardinale -
sono stati colpiti dalla ricchezza della sua umanità, dalla
sua piena realizzazione come uomo, ma ancor più illuminante
e significativo è il fatto che tale pienezza di umanità
coincide, alla fine, con questo suo rapporto con Dio, in
altre parole con la sua santità”.
Il “gusto” e la “gioia” cella
preghiera, che Karol “ha avuto fin da fanciullo e a cui è
rimasto sempre fedele, fino alle ore della sua agonia”; la
“straordinaria libertà interiore”, che faceva di lui “uomo
di concreta e radicale povertà”. Sono questi, per il card.
Ruini, altri tratti peculiari del nuovo servo di Dio, che
“viveva poveramente, in modo spontaneo e senza sforzo,
sembrava non avere bisogno di nulla, era totalmente
distaccato dal denaro e dalle cose”. In quanto “distaccato e
libero anche da se stesso, non cercava il proprio successo o
una sua autonoma realizzazione”, e “proprio la libertà da se
stesso lo ha reso grandemente libero anche nei confronti
degli altri, pronto all'ascolto e anche ad accettare la
critica”. Un papa,Giovanni Paolo II, che per Ruini “sapeva
essere autonomo nelle decisioni definitive, e soprattutto
non rinunciava a prendere posizioni difficili e ‘comode’ per
timore delle reazioni delle autorità ostili alla Chiesa,
negli anni del suo ministero in Polonia, o
dell'incomprensione e dell'ostilità dell'opinione pubblica
predominante, negli anni del Pontificato”. Le sue scelte,
infatti, “non erano mai dettate da altra sollecitudine che
da quella per il Vangelo e per il bene dell'uomo, ‘via della
Chiesa’”.
“Un uomo che ha amato Dio con
l'intensità di Giovanni Paolo II non poteva non essere un
testimone esemplare della dedizione per i fratelli”, ha
detto il card. Ruini ripercorrendo la biografia di “un
comunicatore spontaneo del Vangelo, a tutti e in ogni
circostanza”, che “lanciò il grande programma della ‘nuova
evangelizzazione’ e si dedicò personalmente per primo alla
sua realizzazione, attraverso i continui viaggi missionari”.
In particolare Giovanni Paolo II “ha cercato, senza mai
stancarsi, di dare nuova linfa alla fede cristiana
nell'Europa gravata dalla secolarizzazione ed ha fatto
scaturire dal proprio cuore quella formidabile ‘invenzione’
evangelizzatrice che sono le Giornate Mondiali della
Gioventù, espressione universale del suo amore di
predilezione per i giovani”. Quella del nuovo servo di Dio,
per il vicario del Papa, “era la fede semplice di un
fanciullo e al tempo stesso la fede di un grande uomo di
cultura, ben consapevole delle sfide di oggi”: proprio
questa fede lo ha spinto “a farsi carico della difesa e
della promozione della dignità e dei diritti, in una parola
del bene autentico e concreto, degli uomini e dei popoli,
opponendosi con un coraggio che non ha conosciuto ostacoli
alle molteplici ‘minacce’ che pesano sull'umanità del nostro
tempo”.
Tra queste, Ruini ha citato
“la sua lotta per la liberazione dal totalitarismo
comunista, la rivendicazione intransigente della giustizia
per i popoli della fame, l'impegno strenuo per la pace nel
mondo”, ma anche “la grande battaglia per la vita umana,
contro l'aborto e ogni altra sua negazione, e per la
famiglia, contro tutte le spinte che tendono a disgregarla”.
“Entrambe queste battaglie – ha precisato il cardinale -
egli le ha percepite e vissute non quasi fossero una
violazione dei diritti delle donne, ma al contrario come
affermazione e difesa dell'autentica dignità e del genio
proprio delle donne”. “I suoi viaggi apostolici, come le
visite alle parrocchie romane, sono stati, inseparabilmente,
opera di evangelizzazione e atto di amore e di servizio per
la Chiesa che vive nelle diverse parti del mondo”, ha
proseguito Ruini, citando anche l’ecumenismo come
“programma” e soffermandosi infine sull’ultima parte della
vita di Giovanni Paolo II, e su quello che è stato definito
da molti il “Vangelo della sofferenza”. “Ricordiamo tutti
con emozione il modo in cui la sofferenza irruppe di nuovo
nella sua vita il 13 maggio 1981”, ha detto il vicario del
Papa ricordando il tragico attentato in piazza S. Pietro. “
Ma poi è iniziato, con la malattia, un lungo e ininterrotto
martirio”.
“Il Papa ha sofferto nella
carne e ha sofferto nello spirito, vedendosi sempre più
spesso obbligato a ridurre gli impegni legati alla sua
missione: sono anch'io testimone del dispiacere che gli ha
procurato il dover interrompere, quando le aveva quasi
portate a termine, le visite alle 333 parrocchie romane”. E’
la testimonianza del card. Ruini, che ha ricordato così gli
ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II: “Egli
sopportava però la malattia e il dolore fisico con grande
serenità e pazienza, con autentica virilità cristiana,
continuando tenacemente ad adempiere il più possibile ai
propri compiti, senza far pesare sugli altri i suoi malanni.
Certo, dei segni di impazienza affioravano, ma non per il
dolore quanto piuttosto per l'angustia e la limitazione che
gli procurava l'insufficienza motoria, con la crescente
necessità di essere trasportato”. “Da molto tempo egli si
preparava al passo conclusivo della sua vita terrena”, ha
ricordato il cardinale: “Aveva cominciato a scrivere il
testamento durante gli esercizi spirituali del marzo 1979.
Quando la fine si avvicinò e la prova si fece più dura, con
l'operazione alla trachea, appena svegliatosi dall'anestesia
scrisse su un foglio queste parole: "Cosa mi hanno fatto! Ma
… totus tuus!".
"Anche nel dolore profondo di
non poter più disporre di quella voce che egli aveva tanto
usato come veicolo della parola del Signore, rinnovava il
suo abbandono totale nelle mani di Maria”, ha detto Ruini:
“E quando, nella mattina di Pasqua, gli mancò la voce per
benedire dalla finestra la folla di Piazza San Pietro,
sussurrò a Mons. Stanislao: ‘Sarebbe forse meglio che muoia,
se non posso compiere la missione affidatami’, ma subito
aggiunse: "Sia fatta la tua volontà … Totus tuus’”. Poi quel
2 aprile di 2 anni fa, quando “come aveva fatto per tutta la
vita, volle nutrirsi della parola di Dio e chiese che gli
venisse letto il Vangelo di Giovanni: la lettura si
protrasse fino al capitolo nono. E anche quel giorno recitò,
con l'aiuto dei presenti, tutte le preghiere quotidiane:
fece l'adorazione, la meditazione e anticipò perfino
l'Ufficio delle letture della domenica. A un certo punto
disse con voce debolissima a Suor Tobiana Sobotka, suo vero
angelo custode, ‘Lasciatemi andare dal Signore’. Poi entrò
in coma e nella sua stanza fu celebrata la Messa prefestiva
della domenica della Divina Misericordia”. “La Divina
Misericordia - ha concluso Ruini - è stata al centro della
sua spiritualità e della sua vita: da Lei ha imparato a
vincere il male con il bene”.
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